Tax Newsletter n. 2

  1. LE COMPENSAZIONI TRAMITE F24 A RISCHIO DI SOSPENSIONE.

A partire dal 29 ottobre l’Agenzia delle Entrate potrà procedere alla sospensione ed all’eventuale scarto delle deleghe di pagamento – modelli F24 – recanti la compensazione di crediti e debiti fiscali.

Questa è la previsione contenuta nella legge di bilancio 2018 integrata mediante il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 195385/2018 che ha tracciato i criteri per la selezione delle deleghe a rischio. L’attribuzione di questi poteri si è prestata a vivaci critiche tra gli addetti ai lavori. Ed infatti, è vero che la legge di bilancio indica come deleghe suscettibili di essere assoggettate alla procedura di sospensione per un periodo di 30 giorni solo quelle che manifestano profili di rischio ma il provvedimento direttoriale dell’Agenzia delle Entrate appare sin troppo generico nella elencazione dei criteri per l’individuazione di tale profilo.

Tali criteri si riferiscono:

  • a) alla tipologia dei debiti pagati;
  • b) alla tipologia dei crediti compensati;
  • c) alla coerenza dei dati indicati nel modello F24;
  • d) ai dati a disposizione dell’Anagrafe Tributaria;
  • e) ad analoghe compensazioni effettuate in precedenza dai soggetti indicati nel modello di pagamento;
  • f) al pagamento di debiti iscritti a ruolo.

A ben vedere dunque, al fine di tamponare il fenomeno delle indebite compensazioni dei crediti di imposta è stato scelto un approccio che garantisse il più ampio margine di manovra per procedere alla sospensione per un massimo di trenta giorni ed, eventualmente, al blocco dei pagamenti.

A tale proposito, sotto un profilo strettamente operativo, risulta interessante notare che l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la sospensione riguarda l’intero contenuto della delega, pertanto, se il modello F24 riportasse un saldo a debito, risulterebbe sospeso anche il relativo pagamento con la conseguenza che quest’ultimo risulterebbe omesso.

Residua e unica possibilità di regolarizzazione sarebbe il ravvedimento operoso.

2. LIMITI TEMPORALI STRINGENTI AI POTERI ACCERTATIVI DELL’UFFICIO SULLE QUOTE DI AMMORTAMENTO.

Rilevantissima pronuncia della Cassazione nel panorama dell’attività accertativa dell’Agenzia delle Entrate.
Con la sentenza n. 9993/2018 i giudici di legittimità forniscono un innovativo indirizzo, tutto a favore della tutela dei diritti del contribuente, in materia di accertamento sui costi pluriennali.
Il provvedimento in parola statuisce su un contenzioso incardinato su un avviso di accertamento del 2011 con il quale l’Agenzia recuperava a tassazione quote di ammortamento relative a beni strumentali iscritti nell’esercizio 1998.

Sulla base delle eccezioni avanzate dal contribuente nei giudizi di merito, la Corte veniva chiamata a stabilire se, in ipotesi di costi che danno luogo a deduzione frazionata in più anni (costi ammortizzati), la decadenza del potere accertativo maturi dal quarto anno (adesso quinto) successivo a quello della dichiarazione di ciascun rateo ovvero con il decorso del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione con cui è stato dato avvio al piano di ammortamento.

Nelle valutazioni della Corte, il principio della autonomia dei periodi di imposta – che farebbe propendere per la prima delle due tesi – non può prevalere sulle garanzie fornite, in particolare, dall’art. 24 della Costituzione. Rievocando la sentenza n. 80/05 della Corte Costituzionale, è stato ribadito che urge una ricostruzione del sistema che non lasci il contribuente esposto all’azione esecutiva
per termini eccessivamente dilatati, con la conseguenza che la decadenza del potere di accertamento sulle annuali quote di ammortamento deve decorrere dal periodo di imposta in cui il costo è stato iscritto in bilancio.

Nell’ottica di una tutela effettiva ai diritti del contribuente non si può che auspicare che assurga a pietra miliare di un nuovo filone giurisprudenziale che ponga limiti temporali certi e definiti ai poteri dell’Ufficio.

3. IL DIRITTO ALLA DETRAZIONE DELL’IVA ASSOLTA IN MISURA MAGGIORE A QUELLA DOVUTA NON È RETROATTIVO.

Il 3 ottobre 2018 è intervenuta l’interessantissima sentenza n. 24001 con cui è stato enunciato un lapidario principio di diritto in merito alla retroattività – eventualmente prevista mediante applicazione del criterio del favor rei – del diritto, in capo al cessionario o committente, alla detrazione dell’IVA pagata in misura maggiore a quella dovuta.

Le difficoltà interpretative che tale pronuncia della Suprema Corte intende dissipare, sono sorte in seguito alla modifica operata dalla legge 27.12.2017, n. 205 all’art. 6 del d.lgs. 18.12.1997, n. 271: la novella legislativa ha previsto che, in caso di applicazione dell’imposta in misura superiore a quella dovuta, erroneamente assolta dal cedente o prestatore, il cessionario o committente è punito con una sanzione amministrativa fissa ma – ed è in questo che consiste la portata innovativa – conserva il diritto alla detrazione.

Per i casi risalenti al periodo precedente all’intervento della modifica legislativa, secondo la Corte, non v’è dubbio che – con riferimento alla determinazione della misura delle sanzioni – operi il principio del favor rei e che, dunque, la nuova disposizione possa trovare applicazione in caso sia più favorevole al contribuente.

A diverse conclusioni si giunge in relazione alla retroattività del diritto alla detrazione in capo al cessionario o committente: i giudici di legittimità, infatti, sottolineano la portata innovativa della norma rispetto al regime precedente ed escludono che le possa essere riconosciuta valenza interpretativa.
Per questi motivi i giudici concludono le loro argomentazioni scolpendo il principio secondo il quale il diritto alla detrazione previsto dalla nuova formulazione del comma 6, art. 6 del d.lgs. 18.12.1997, n. 271 non ha efficacia retroattiva.

4. PACE FISCALE – PROVVEDIMENTO IN FIERI.

Ancora tutto in via di definizione sul fronte della “nebulosa” – pace fiscale. Il braccio di ferro che si sta consumando internamente alla formazione di maggioranza non consente ancora di tracciare contorni definiti della misura in elaborazione.
Tanti i punti oggetto di dibattito ed alcuni, in particolare, risultano di fondamentale importanza per valutare la portata del provvedimento.
Si pensi, in primis, al limite quantitativo che ha oscillato dai 100.000,00 euro proposti dall’ala più minimalista della maggioranza al 1.000.000,00 di euro individuati da chi intende allargare il più possibile la platea degli interessati. Prestando fede alle ultime indiscrezioni, la soglia di inclusione verrà fissata nella misura di 500.000,00 euro.

Gli effetti saranno molto diversi a seconda di quello che verrà calcolato nel computo: le forze politiche con tendenze più inclusive spingono per estendere l’applicazione della misura, oltre che agli accertamenti in corso, anche a tutti i gradi del contenzioso in essere ed alle cartelle di pagamento notificate prima di una data da definirsi.
E ancora, non risulta del tutto chiaro se il calcolo del valore sia da effettuare in via unitaria sommando i valori di accertamenti in corso, liti pendenti e cartelle notificate oppure se si potrà beneficiare di plafond differenziati.
Ulteriore spunto di riflessione è ricavabile dalle conseguenze relative alla qualità dei tributi: per un tributo di matrice comunitaria come l’IVA, una misura sostanzialmente sanatoria è ipotizzabile solo con riferimento a debiti non risultanti da provvedimenti giurisdizionali definitivi.
Un aspetto che può essere ritenuto sufficientemente certo è che gli effetti della pace fiscale non potranno essere utilizzati ad ulteriore beneficio e come alternativa per i contribuenti che abbiano aderito alla rottamazione delle cartelle introdotta dai precedenti governi: chi rinuncia al pagamento delle cartelle rottamate non potrà accedere ai benefici del futuro provvedimento.

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