Tax newsletter n. 2 – 2019

1. Esenzione dalle imposte indirette in caso di cessione immobiliare ai figli in sede di separazione

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 6.12.2018, n. 31603 ha statuito che, in caso di cessione della nuda proprietà di un immobile da padre in figlio avvenuta in sede di accordo di separazione tra coniugi, è prevista un’esenzione dall’imposta di registro, ipotecaria e catastale.

La vicenda processuale traeva origine dall’impugnazione di un avviso di liquidazione ai fini dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale dovute in seguito alla registrazione dell’atto di trasferimento della nuda proprietà di alcuni immobili in favore del figlio, a seguito di disposizioni patrimoniali nell’ambito degli accordi di separazione.

La questione che emerge dalla sentenza in commento riguarda la portata dell’art. 19 della legge 6.3.1987, n. 74 che prevede l’esenzione dell’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa «per tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché ai procedimenti anche esecutivi e cautelari diretti ad ottenere la corresponsione o la revisione degli assegni di cui agli articoli 5 e 6 della legge 1° dicembre 1970, n. 898», e cioè se tale disposizione debba intendersi:

  • in senso generale, come riferita a tutti gli atti di trasferimento mobiliare ed immobiliare che trovano occasione nel procedimento di separazione o di divorzio e che sono destinati a definire in modo tendenzialmente stabile la crisi coniugale;
  • oppure solamente a quelli attuativi degli obblighi connessi al godimento della casa familiare, all’affidamento della prole, al suo mantenimento o a quello del coniuge, che rappresentano il contenuto necessario della separazione.

La Cassazione ha precisato che in tali casi occorre valorizzare «l’accordo tra le parti nella definizione della crisi coniugale, con sostanziale superamento della distinzione tra contenuto necessario e contenuto eventuale degli accordi di separazione».

In tale ottica, pertanto, non sembra più ragionevolmente negare – quale sia la forma che i negozi concretamente vengano ad assumere – che detti atti (compresa la cessione immobiliare a favore del figlio) siano da intendersi quali «atti relativi al procedimento di separazione o di divorzio», che come tali possono usufruire dell’esenzione di cui al citato art. 19 legge n. 74/1987.

2. Il provvedimento di revisione ex art. 1, comma 335, legge 30.12.2004, n. 311 deve essere adeguatamente motivato.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 14.12.2018, n. 32488 ha stabilito che per le revisioni sui classamenti dei fabbricati, effettuate su interi quartieri comunali, c.d. “microzona”, non è sufficiente lo scostamento matematico tra valori catastali e valori di mercato, poiché devono essere considerati altri fattori come, ad esempio, la qualità urbana e ambientale della microzona.

Il quadro normativo di riferimento è dato dall’art. 1, comma 335, legge 30.12.2004, n. 331 che prevede la possibilità di revisione del classamento delle unità immobiliari nelle microzone che evidenziano particolari caratteri di anomalia rispetto al contesto comunale.

Con l’ordinanza in commento i giudici di legittimità hanno ritenuto che  la revisione del classamento delle unità immobiliari di proprietà privata ubicate nelle microzone comunali (fabbricati classificati nei gruppi catastali A, B e C), deve essere dettagliatamente motivata, e cioè che gli eventuali atti di variazione catastale devono concretamente specificare tutti gli elementi fattuali che hanno concorso al nuovo contesto urbano.

Secondo la Cassazione, non può ritenersi sufficiente il riferimento a generiche locuzioni come, ad esempio, “interventi pubblici effettuati per la riqualificazione della viabilità interna e dell’arredo urbano” e “interventi da parte dei privati per la ristrutturazione degli edifici”, in quanto l’attribuzione di una determinata classe è correlata sia alla qualità urbana del contesto in cui l’immobile è inserito (infrastrutture, servizi, ecc.), sia alla qualità ambientale (pregio o degrado dei caratteri paesaggistici e naturalistici) della zona di mercato immobiliare in cui l’unità stessa è situata, nonché alle caratteristiche edilizie dell’unità stessa e del fabbricato che la comprende (esposizione, grado di rifinitura ecc.).

3. Nuovi limiti per la nomina dell’organo di controllo nelle società a responsabilità limitata

Il d.Lgs. approvato dal Consiglio dei Ministri il 10.1.2019, recepisce il Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza, in attuazione della legge 19.11.2017, n. 155.

Al fine di favorire l’emersione e la gestione tempestiva della crisi, sono stati estesi i casi in cui, nelle società a responsabilità limitata, è obbligatoria la nomina dell’organo di controllo, anche monocratico, o del revisore.

3.1 Nuovi limiti per la nomina dell’organo di controllo.

Nello specifico, l’art. 379 del Codice della crisi d’impresa ha modificato il terzo ed il quarto comma dell’art. 2477 del c.c., contenente disposizioni per la nomina degli organi di controllo. Secondo le nuove disposizioni, la nomina dell’organo di controllo, ovvero del revisore, è obbligatoria se alternativamente la società:

  1. è tenuta alla redazione del bilancio consolidato;
  2. controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;
  3. ha superato per due esercizi consecutivi almeno uno dei seguenti nuovi limiti:

          – totale di attivo patrimoniale pari a euro 2.000.000;

          – ricavi delle vendite e delle prestazioni per euro 2.000.000;

          – 10 dipendenti occupati in media durante l’esercizio.

Per l’applicazione delle nuove regole, si ha riguardo ai due esercizi antecedenti la data di entrata in vigore delle modifiche apportate all’art. 2477 c.c.

Nell’ipotesi di superamento delle nuove soglie, l’obbligo di nomina dell’organo di controllo o del revisore cessa quando, per tre esercizi consecutivi non è superato nessuno dei limiti sopra elencati.

Relativamente alle società a responsabilità limitata e alle società cooperative già costituite alla data di entrata in vigore della norma in commento (in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale), se ricorrono i requisiti precedentemente elencati, entro 9 mesi esse devono provvedere a nominare l’organo di controllo e ad uniformare lo Statuto secondo le nuove disposizioni.

3.2 Mancato adempimento della nomina dell’organo di controllo.

Nell’ipotesi in cui la società obbligata a nominare l’organo di controllo non adempie entro i suddetti termini, sarà il tribunale a provvedere alla nomina, su richiesta di ogni interessato o su segnalazione del conservatore del Registro delle imprese.

3.3 Controllo dei limiti.

Le nuove disposizioni vengono applicate alle società già costituite che devono approvare il bilancio relativo al periodo d’imposta 2018 nei primi mesi del 2019. Nel caso in cui anche solo uno dei nuovi limiti sopra indicati (art. 2477 c.c.) venga superato, relativamente ai bilanci 2017/2018, la società deve provvedere a nominare l’organo di controllo entro i predetti 9 mesi.

Se, invece, la società ha superato i limiti dimensionali solo nel 2018, nel 2019 non dovrà provvedere alla nomina dell’organo di controllo in quanto, per l’applicazione delle nuove disposizioni normative, si ha riguardo ai soli due esercizi antecedenti l’entrata in vigore della norma.

3.4 Modifica dello Statuto.

Entro nove mesi dall’entrata in vigore delle modifiche apportate all’art. 2477 del c.c., dovrà essere modificato anche lo Statuto, qualora si renda necessario recepire i nuovi limiti dimensionali. Nel caso in cui, invece, nello Statuto è indicato solo il richiamo generico alle disposizioni di legge senza indicazione specifica dei previgenti limiti dimensionali, la modifica non è necessaria.

Si rammenta che, per la modifica dello Statuto di una società a responsabilità limitata è necessaria la delibera dell’assemblea dei soci con il relativo verbale redatto dal notaio.

4. Il Fondo indennizzo a favore dei risparmiatori che hanno subito un pregiudizio ingiusto da parte delle banche

Tra le varie misure della recente Manovra finanziaria, pubblicata in Gazzetta Ufficiale ed in vigore dall’1.1.2019, è stato istituito un Fondo indennizzo risparmiatori c.d. «FIR», per la tutela del risparmio e per il rispetto del dovere di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito.

Il FIR eroga indennizzi a favore dei risparmiatori che hanno subito un pregiudizio ingiusto da parte di banche e loro controllate aventi sede legale in Italia, poste in liquidazione coatta amministrativa dopo il 16.11.2015 e prima dell’1.1.2018, in ragione delle violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza previsti dal d.lgs. 24.2.1998, n. 58 c.d. «Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria».

Otto gli istituti coinvolti, Veneto Banca (con la controllata Bancapulia), Banca Popolare di Vicenza (con Banca Nuova), Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti, Cariferrara, Bcc Crediveneto, Bcc Padovana, mentre resta fuori dal perimetro della normativa l’istituto Monte dei Paschi di Siena.

Hanno accesso alle prestazioni del FIR i risparmiatori, persone fisiche, imprenditori individuali, anche agricoli o coltivatori diretti, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale nonché le microimprese  che occupano meno di 10 persone e realizzano un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiore ad euro 2.000.000, in possesso delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle banche sopra citate alla data del provvedimento di messa in liquidazione, ovvero i loro successori e aventi causa.

Sono esclusi dal FIR le controparti qualificate (es. Sim, imprese di investimento UE, banche, imprese di assicurazione, Oicr, gestori, fondi pensione) e i clienti professionisti.

La misura dell’indennizzo per gli azionisti è commisurata al 30% del costo di acquisto, entro il limite massimo di euro 100.000 per risparmiatore.

La misura dell’indennizzo per gli obbligazionisti subordinati è commisurata al 95% del costo di acquisto, entro il limite massimo complessivo di euro 100.000 euro per risparmiatore.

L’indennizzo è corrisposto al netto di eventuali rimborsi ricevuti a titolo di transazione con le banche nonché di ogni altra forma di ristoro, rimborso o risarcimento.

Per l’ottenimento dell’indennizzo non c’è più la necessità, inizialmente prevista nella bozza di manovra, di ottenere una decisione favorevole da parte dell’Arbitro Consob.

Bisogna solo attendere le modalità operative che il Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme al modulo per la richiesta, dovrà emanare entro fine febbraio. Le domande di indennizzo dovranno essere inviate al MEF entro 180 giorni dalla pubblicazione del decreto, dunque presumibilmente al massimo entro fine luglio.

Chi documenta di avere un reddito Isee nel 2018 inferiore a 35.000 euro ha la priorità nell’accesso all’indennizzo.

 

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